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STORIA LIMA    

lima-locandina60 La LIMA fu fondata da Ottorino Bisazza nei primissimi anni 60.
Ottorino Bisazza (scomparso nel 1987) «l’uomo che inventò il trenino Lima» uomo di marketing uscito dalla Marzotto da Direttore Generale  pensò che, per risalire la china di un’Italia distrutta, fosse opportuno recuperare una vecchia pressa industriale, così da dare vita alla Lavorazione Italiana Metalli e Affini, con sede a Vicenza. All’inizio bon tuto, come si definisce in dialetto veneto un qualcosa di sospeso tra il facile e l’empirico. E allora avanti con le carrozzine per bambini, costruite in midollo. Da cui saltare ai passeggini mignon per le bambole, e a un’inclinazione spiccata, ma ancora indistinta, per le versioni-giocattolo di qualsiasi status-symbol più o meno accessibile del nascente consumismo: pignatte, motoscafi, e naturalmente automobiline. Con l’occhio che di riflesso inizia a scrutare – siamo agli inizi degli anni Cinquanta – l’allettante indotto del modellismo ferroviario, all’epoca trainato in Italia dalla comasca Rivarossi, concorrente di colossi stranieri di nome Marklin e Jouef: produzioni ultrasofisticate,target rigorosamente adulto, prezzi proibitivi. «L’intuizione di Bisazza», spiega l’allora direttore vendite Silvio Conti, «fu che, se il mercato andava paragonato a una piramide, questi marchi ne occupavano solo il vertice. Restava da conquistare tutta la base, cioè la parte più grossa, popolata dai bambini e dalle loro famiglie». PLASTICA RISPETTO AL METALLO. Nella storia della Lima è a questo punto che si scrive il capitolo decisivo. Con le mani, naturalmente. Le prime sono quelle di Dante Mainardi, disegnatore assunto per progettare i treni elettrici da esporre nei negozi. «Due furono le mosse vincenti», racconta Mainardi, «la prima consisté nello scegliere la plastica che, rispetto al metallo, permetteva di abbassare i prezzi. La seconda fu non competere con i produttori di modelli sul piano delle finiture, che alzavano solo il prezzo. Era meglio abbozzare alla buona il locomotore, e concentrarsi sull’impatto dei convogli, che dovevano essere colorati e attraenti, senza tanto preoccuparsi di risultare verosimili. Per fare un esempio, invece che incidere tutti quei codici che compaiono alla base dei vagoni, mi bastava scrivere il numero di telefono della mia fidanzata». La strada si rivelò quanto mai giusta. Alle fiere dei primi anni Sessanta Lima decolla grazie a giocattoli siglati con la cifra del loro prezzo in lire al dettaglio: 1.500, 2.000, 2.500. Piccole fortune, a quel tempo, però sufficienti per fare felici la tanto citata «famiglia media» presa di mira dalle sirene del boom economico. Nel giro di poco tempo, alle mani di Dante Mainardi si aggiungono quelle dei cinquecento dipendenti occupati a sfornare, negli anni d’oro, tremila locomotori, dodicimila vagoni e trentamila rotaie da spedire ogni giorno in qualsiasi angolo del mondo. Finché il lavoro manuale trova ragione di essere in una grande industria dell’Occidente, gli sfavillanti Orient Express, le poderose locomotive Krauss-Maffei, e i superveloci Tgv francesi marchiati Lima resistono perfino alla concorrenza micidiale delle piste per automobiline Policar, che impazzano durante tutti gli anni Settanta. Poi, con il decennio successivo, si profilano all’orizzonte i Game-Boy, i Commodore 64 e le videosimulazioni che negli ipermercati del Natale globalizzato non danno più scampo al motore G a 12 volts in corrente continua su cui si sono basate le tappe di una folgorante espansione.  «Oggi i trenini», conferma il vicedirettore Aldo Marcolongo, «rappresentano solo il 30 per cento della produzione. Il resto è tutto modellismo, con scatole da duemila dollari l’una che prendono la via dell’America o dell’Australia».PER COLLEZIONISTI. È il caso dei locomotori Allegheny, quelli che negli anni Trenta trasportavano anche cento vagoni zeppi di merci lungo le rotaie del New Deal americano, fedelmente ridotti in scala dentro lussuose confezioni destinate alle mastodontiche sale-giochi di qualche collezionista con cappello in stile Dallas. Produzioni troppo costose, quando invece con i vecchi trenini ci sarebbe ancora un po’ di mondo da conquistare. Nel 1992 dopo moltissime vicissitudini la Lima e' acquisita dalla Rivarossi Nel 2000 nuovo assetto societario, la Rivarossi diventa ora una divisione della Lima Spa, chiude lo storico stabilimento di Como (in località Sagnino) e la produzione viene spostata nello stabilimento Lima a Isola Vicentina.
Nel settembre 2004, dopo alcuni anni di vicissitudini gestionali e finanziarie, il gruppo cessa le attività e viene successivamente acquisito per 8.000.000 di euro dall’inglese Hornby (altra storica marca del settore), che continua a produrre col marchio Rivarossi & Lima ma in Cina. Il comunicato di Hornby relativo all'acquisizione di Lima
(e con essa di alcuni assets di Rivarossi, Jouef, Arnold, Pocher), è del 16 dicembre 2004.
Ad oggi i Trenini Lima sono oggetto di collezionismo mirato e di culto,in tutti questi anni la Lima e' passata dagli economici ed approssimativi giocattoli degli anni 60-70 ai modelli superdettagliati del tutto simili ai Rivarossi (ai tempi piu' blasonati) degli anni 80-90.
I primissimi modelli hanno una motorizzazione a cascata di ingranaggi,alla fine degli anni 60 Lima costruisce il mitico economico ed indistruttibile motore G.
Dopo la meta' degli anni 80 la motorizzazione e' cardanica (questi locomotori ai tempi avevano un prezzo di listino uguale a quelli della Rivarossi) sino alla definitiva chiusura della fabbrica la Lima si e' contraddistinta con una produzione di locomotive esclusive che ad oggi hanno valutazioni veramente molto alte,basti citare il Polifemo ed il Marco Polo

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