LIMA INFO MODELLI DISPONIBILI
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(38) :aggiornato al
12 agosto 2010
TRENI ITALIANI
Locomotive (2) , Carri (9) , Carrozze (5)
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STORIA LIMA

La LIMA fu fondata da Ottorino Bisazza nei primissimi anni 60.
Ottorino Bisazza (scomparso nel 1987) «l’uomo che inventò il
trenino Lima» uomo di marketing uscito dalla Marzotto da
Direttore Generale pensò che, per risalire la china di
un’Italia distrutta, fosse opportuno recuperare una vecchia
pressa industriale, così da dare vita alla Lavorazione Italiana
Metalli e Affini, con sede a Vicenza. All’inizio bon tuto, come
si definisce in dialetto veneto un qualcosa di sospeso tra il
facile e l’empirico. E allora avanti con le carrozzine per
bambini, costruite in midollo. Da cui saltare ai passeggini
mignon per le bambole, e a un’inclinazione spiccata, ma ancora
indistinta, per le versioni-giocattolo di qualsiasi
status-symbol più o meno accessibile del nascente consumismo:
pignatte, motoscafi, e naturalmente automobiline. Con l’occhio
che di riflesso inizia a scrutare – siamo agli inizi degli anni
Cinquanta – l’allettante indotto del modellismo ferroviario,
all’epoca trainato in Italia dalla comasca Rivarossi,
concorrente di colossi stranieri di nome Marklin e Jouef:
produzioni ultrasofisticate,target rigorosamente adulto, prezzi
proibitivi. «L’intuizione di Bisazza», spiega l’allora direttore
vendite Silvio Conti, «fu che, se il mercato andava paragonato a
una piramide, questi marchi ne occupavano solo il vertice.
Restava da conquistare tutta la base, cioè la parte più grossa,
popolata dai bambini e dalle loro famiglie». PLASTICA RISPETTO
AL METALLO. Nella storia della Lima è a questo punto che si
scrive il capitolo decisivo. Con le mani, naturalmente. Le prime
sono quelle di Dante Mainardi, disegnatore assunto per
progettare i treni elettrici da esporre nei negozi. «Due furono
le mosse vincenti», racconta Mainardi, «la prima consisté nello
scegliere la plastica che, rispetto al metallo, permetteva di
abbassare i prezzi. La seconda fu non competere con i produttori
di modelli sul piano delle finiture, che alzavano solo il prezzo.
Era meglio abbozzare alla buona il locomotore, e concentrarsi
sull’impatto dei convogli, che dovevano essere colorati e
attraenti, senza tanto preoccuparsi di risultare verosimili. Per
fare un esempio, invece che incidere tutti quei codici che
compaiono alla base dei vagoni, mi bastava scrivere il numero di
telefono della mia fidanzata». La strada si rivelò quanto mai
giusta. Alle fiere dei primi anni Sessanta Lima decolla grazie a
giocattoli siglati con la cifra del loro prezzo in lire al
dettaglio: 1.500, 2.000, 2.500. Piccole fortune, a quel tempo,
però sufficienti per fare felici la tanto citata «famiglia
media» presa di mira dalle sirene del boom economico. Nel giro
di poco tempo, alle mani di Dante Mainardi si aggiungono quelle
dei cinquecento dipendenti occupati a sfornare, negli anni d’oro,
tremila locomotori, dodicimila vagoni e trentamila rotaie da
spedire ogni giorno in qualsiasi angolo del mondo. Finché il
lavoro manuale trova ragione di essere in una grande industria
dell’Occidente, gli sfavillanti Orient Express, le poderose
locomotive Krauss-Maffei, e i superveloci Tgv francesi marchiati
Lima resistono perfino alla concorrenza micidiale delle piste
per automobiline Policar, che impazzano durante tutti gli anni
Settanta. Poi, con il decennio successivo, si profilano
all’orizzonte i Game-Boy, i Commodore 64 e le videosimulazioni
che negli ipermercati del Natale globalizzato non danno più
scampo al motore G a 12 volts in corrente continua su cui si
sono basate le tappe di una folgorante espansione. «Oggi i
trenini», conferma il vicedirettore Aldo Marcolongo, «rappresentano
solo il 30 per cento della produzione. Il resto è tutto
modellismo, con scatole da duemila dollari l’una che prendono la
via dell’America o dell’Australia».PER COLLEZIONISTI. È il caso
dei locomotori Allegheny, quelli che negli anni Trenta
trasportavano anche cento vagoni zeppi di merci lungo le rotaie
del New Deal americano, fedelmente ridotti in scala dentro
lussuose confezioni destinate alle mastodontiche sale-giochi di
qualche collezionista con cappello in stile Dallas. Produzioni
troppo costose, quando invece con i vecchi trenini ci sarebbe
ancora un po’ di mondo da conquistare. Nel 1992 dopo moltissime
vicissitudini la Lima e' acquisita dalla Rivarossi Nel 2000
nuovo assetto societario, la Rivarossi diventa ora una divisione
della Lima Spa, chiude lo storico stabilimento di Como (in
località Sagnino) e la produzione viene spostata nello
stabilimento Lima a Isola Vicentina.
Nel settembre 2004, dopo alcuni anni di vicissitudini gestionali
e finanziarie, il gruppo cessa le attività e viene
successivamente acquisito per 8.000.000 di euro dall’inglese
Hornby (altra storica marca del settore), che continua a
produrre col marchio Rivarossi & Lima ma in Cina. Il comunicato
di Hornby relativo all'acquisizione di Lima
(e con essa di alcuni assets di Rivarossi, Jouef, Arnold, Pocher),
è del 16 dicembre 2004.
Ad oggi i Trenini Lima sono oggetto di collezionismo mirato e di
culto,in tutti questi anni la Lima e' passata dagli economici ed
approssimativi giocattoli degli anni 60-70 ai modelli
superdettagliati del tutto simili ai Rivarossi (ai tempi piu'
blasonati) degli anni 80-90.
I primissimi modelli hanno una motorizzazione a cascata di
ingranaggi,alla fine degli anni 60 Lima costruisce il mitico
economico ed indistruttibile motore G.
Dopo la meta' degli anni 80 la motorizzazione e' cardanica (questi
locomotori ai tempi avevano un prezzo di listino uguale a quelli
della Rivarossi) sino alla definitiva chiusura della fabbrica la
Lima si e' contraddistinta con una produzione di locomotive
esclusive che ad oggi hanno valutazioni veramente molto
alte,basti citare il Polifemo ed il Marco Polo











